Due parole, senza alcuna pretesa, in tema di “lavoro culturale” o “lavoro intellettuale”, espressioni che sono fin troppo larghe per poter impostare una riflessione seria, ma ci si può provare. Non scopriamo oggi che il nostro settore abbia un problema di precariato strutturale comune a pochi altri ambiti lavorativi, e non è un’impressione, ma è un’evidenza statistica: per avere una minima contezza di quel che accade, potrebbe esser sufficiente osservare, anche superficialmente, i dati di Sviluppo Lavoro Italia (che naturalmente prendono in considerazione soltanto i lavoratori contrattualizzati, ma comunque i numeri bastano a schiarire qualche idea a chi dovesse vederci da fuori e, secondo me, anche a tanti che guardano da dentro). Nel segmento “Stampa ed editoria”, a fronte di un 16,5% di assunti a tempo indeterminato e di un 35,7% di lavoratori a tempo determinato, c’è un 23,1% di gente che lavora su contratti di collaborazione e un 17% che invece lavora con altre forme di contratto (formazione, inserimento lavorativo, contratto di agenzia, contratto intermittente, lavoro autonomo), mentre se si guarda il settore “Servizi culturali e di spettacolo”, le forme contrattuali diverse dal tempo indeterminato (1,3%) e determinato (53,1%) superano il 45%. Nell’insegnamento, altro settore che condivide con quello culturale il problema del forte precariato, i contratti di collaborazione rappresentano il 64,9% del totale (contro un 36% circa di lavoro dipendente). Prendo qualche altro settore a caso per dare un’idea. Nell’edilizia il lavoro dipendente sfiora il 95% (indeterminato 25,1% e determinato 69,8%). Nella meccanica siamo intorno all’87%, con un 9% di apprendistato e un 3% tra collaborazioni e altre forme contrattuali. Nei servizi digitali (ovvero tutto quello che riguarda l’informatica) il lavoro dipendente è vicino all’80%. Nel turismo tra contratti a chiamata e altri tipi di lavoro non dipendente si supera di poco il 20%, mentre il lavoro subordinato è intorno al 74%.
A questo punto però occorre fare una distinzione tra il lavoro culturale di chi decide di mettersi in proprio per, che so, campare mettendo a frutto il proprio capitale simbolico (nome, notorietà, visibilità) o scalare il mercato, e il lavoro culturale di quanti (la maggioranza) che sono costretti ad accettare forme di lavoro precarie per svolgere un lavoro che, per sua natura, è strutturalmente subordinato alle richieste di un’organizzazione superiore (professionisti museali, archeologi, archivisti, bibliotecari, giornalisti che lavorano per una redazione, redattori di testi tecnici, editor e via dicendo). Nel primo caso, non vedo differenze tra l’operatore culturale che si assume un rischio (lo scrittore, l’autore, l’artista, il curatore, il filosofo e via dicendo) e l’imprenditore che intende aprire un’attività in qualsiasi altro settore: se l’imprenditore fallisce, parlerà di fallimento imprenditoriale, ma se a fallire è lo scrittore o l’artista allora capita di sentir parlare di svalutazione della cultura, di scarsa considerazione, di privilegio di classe. Anche l’imprenditore che vuole aprire un negozio o un’attività dovrà trovare adeguate coperture, evidentemente: non esiste un diritto assoluto al riconoscimento della fase d’incubazione, ma come ci sono gli strumenti di mitigazione del rischio per gli imprenditori, così ci sono anche borse, residenze, contributi, bandi e quant’altro per chi voglia creare.
Adesso però il tema si sposta ancora, perché tocca parlare del rapporto tra domanda e offerta: il settore della cultura sconta una grossa sproporzione tra la domanda, poca, e l’offerta, enorme. In altri termini: ci sono, in Italia, migliaia e migliaia di persone che scrivono libri, dipingono, si esibiscono. Tuttavia la domanda, in un paese dove esiste peraltro un grave problema di analfabetismo funzionale, dove soltanto il 40% degli abitanti legge almeno un libro all’anno e dove ancor meno sono quelli che vanno a visitare una mostra o a vedere un concerto, è non solo scarsa, ma è anche ultra-concentrata, dacché si raccoglie attorno a pochi nomi noti, oppure attorno alle nicchie di mercato. S’aggiunga poi che anni di contenuti messi a disposizione gratuitamente sul web, spesso alimentati dall’impostazione ideologica per cui la cultura debba esser gratuita, hanno generato nel pubblico la percezione che la musica si debba ascoltare senza che la si debba pagare, che gli articoli sui quotidiani si leggano gratis sulle versioni online, che gli scrittori dispensino i loro lacerti di saggezza sui social senza che nessuno li paghi. Senza divagare ulteriormente: per lo scrittore che voglia campare del proprio capitale simbolico, a questo punto l’unico modo per integrare le rendite del proprio libro è intervenire sugli argomenti che conosce, ma se la sua aspirazione è quella di campare di contenuti a bassa specializzazione (per esempio scrivere editoriali sui faits divers della giornata o scrivere articoli sulla sua condizione personale o fare interviste che qualunque tirocinante di redazione sarebbe in grado di fare), allora l’autore dovrà maturare la consapevolezza che sta vendendo al mercato un bene che non solo è altamente riproducibile, ma per il quale c’è anche poca domanda. Se riesce a venderlo a un buon prezzo, bene: significa che l’autore in questione gode di un buon potere contrattuale e che l’azienda ritiene che il suo prodotto sia un asset importante. In caso contrario, al di là della quota di lavoro gratis che esiste in tanti settori e che tutti facciamo o abbiamo fatto se pensiamo che ne possa discendere un qualche vantaggio che ripaga la prestazione gratuita che abbiamo reso (altrimenti o è volontariato, o è divertimento, o è masochismo: non vedo altre possibilità), significa che o manca il potere contrattuale utile a difendere il proprio prodotto, oppure che il prodotto è ritenuto sostituibile senza troppi problemi.
È che ci culliamo nell’illusione che l’artista o lo scrittore possano sottrarsi alle logiche di mercato che regolano anche il nostro settore in nome di un riconoscimento del proprio ruolo: occorrerà però riconoscere che mettersi sul mercato come intellettuale non garantisce la percezione di un reddito per diritto culturale, né garantisce che ai datori di lavoro interessi il prodotto che l’intellettuale mette sul mercato. Chi intende far carriera da scrittore, artista, autore, filosofo e via dicendo deve farsene una ragione. Diverso, invece, è parlare di squilibrio tra la domanda e l’offerta se il bene in vendita è l’opera di un lavoratore qualificato richiesto in via continuativa: qui, il discorso si sposta sullo squilibrio tra un sistema universitario che produce un numero alto di laureati in materie umanistiche, storico-artistiche e simili e un mondo in cui le posizioni stabili sono in numero ben più ristretto rispetto al bacino di persone qualificate. Anche qui, ci sono problemi strutturali: basterà pensare all’organico del Ministero della Cultura che è fortemente sottodimensionato rispetto alle necessità, e dove le poche posizioni messe a concorso sono prese d’assalto. E la colpa, qui, probabilmente non è di chi si laurea in un settore ad altissima concorrenza sapendo che ottenere un posto stabile equivale a vincere una gara alla quale partecipano centinaia di avversari, ma è anche, spezzando una lancia a favore di chi vorrebbe far carriera in quest’ambito, di un sistema-paese che fatica a trasformare il suo patrimonio in occupazione stabile e strutturata (e, attenzione, anche in questo caso i problemi cominciano a ramificarsi: perché occorrerebbe poi andare a parlare di chi immagina musei gratis per tutti senza pensare alle coperture, di chi è contrario a prescindere all’utilizzo dei musei per finalità percepite come degradanti, del forte ritardo che l’Italia sconta rispetto agli altri paesi nel rapporto pubblico-privato sul patrimonio, e via dicendo). Alla fine chi non rientra nei ranghi del Ministero o del Comune o dell’azienda di turno spesso è disposto ad accettare condizioni economiche estreme pur di lavorare nel settore per il quale ha studiato (conseguenza dell’eccesso d’offerta che abbassa inevitabilmente il prezzo del lavoro). È vero, certo, che le posizioni stabili sono bloccate o sottodimensionate rispetto alle necessità reali del patrimonio, e parte del problema risiede in questa situazione. Esattamente come parte del problema delle basse retribuzioni dei giornalisti, specialmente nelle testate locali, è in parte dovuto anche alla crisi che l’editoria è costretta ad affrontare da almeno un paio di decenni, in parte alla svendita della pubblicità (problema che nasce non adesso ma molti anni fa), in parte all’instabilità del settore, in parte alla proliferazione ormai estrema dei contenuti, in parte al cambiamento delle abitudini del pubblico.
Il punto è che lagnarsi del “lavoro culturale sottopagato” senza affrontare uno di questi mille nodi in maniera seria, con una discussione che magari prescinda dalla lamentela o dall’esperienza personale (interessante, certo, ma che non rileva ai fini del dibattito), equivale a non aver detto niente, a dare in pasto al lettore ormai abituato a nutrirsi di contenuti sui social l’ennesimo post che ci si dimenticherà dopo qualche secondo e che sarà definitivamente archiviato e praticamente irrintracciabile dopo... una settimana? Un mese? E su cui si scateneranno le orde di potenziali editorialisti che aspirano a vivere di commenti sui faits divers della giornata regalando al pubblico dei social le loro riflessioni. Se ci si concentra sul sintomo e si trascurano totalmente le cause sarà difficile cavarne anche solo una discussione interessante.


